Quaderno terzo/2.
Il positivismo. La ragione si ripropone come riformista.
 (Capitolo Tre del manuale di L. Ardiccioni, Filosofia, 3, G.
D'Anna, Messina-Firenze. (L'indicazione vedi manuale rimanda
alla pagina di questo volume).

Introduzione. Il dibattito sulla Rivoluzione francese.
La Rivoluzione francese era stata vissuta come un fatto epocale.
Essa focalizz l'attenzione di tutti gli intellettuali e le
reazioni nei confronti di quel grande avvenimento misero in
evidenza i diversi orientamenti di pensiero.
I tradizionalisti o reazionari presero una posizione nettamente
antirivoluzionaria e accusarono la rivoluzione di aver infranto
tutte le leggi umane e divine. Essi posero al centro
dell'attenzione il periodo del Terrore e lo considerarono come una
logica conclusione del fatto che, essendo stati rifiutati Dio e la
religione, il loro posto era stato preso dal Demonio. Ma la
Provvidenza divina aveva voluto che risultassero evidenti i frutti
di quell'albero affinch gli uomini potessero comprendere a quali
conseguenze sarebbero andati incontro se avessero continuato su
quella strada. Bisognava quindi ritornare al passato, riportare al
centro della politica i princpi di legittimit e di autorit in
quanto strumenti della Provvidenza e recuperare il primato
spirituale del papa (l'autorit viene da Dio). Fra costoro citiamo
J. de Maistre (1753-1821), autore di numerose opere contro
l'illuminismo, la Rivoluzione francese e il mondo moderno (letture
4, 5 e 6) e L.-G.-A. de Bonald (1754-1840) che contrappose alle
idee illuministe e rivoluzionarie la monarchia di diritto divino e
l'autorit della Chiesa cattolica (lettura 7).

Gli ideologues furono cos chiamati da Napoleone che li accus di
vivere in un mondo di astrazioni e di non capire le concrete
esigenze della politica. In realt questo gruppo di intellettuali
era di tendenze repubblicane e considerava Napoleone un dittatore.
Esso si rifaceva all'illuminismo ed in particolare al sensismo di
Condillac (Conoscere  sentire) che portava a conferma della
propria validit le scoperte pi recenti di anatomia e fisiologia
cerebrale.
Fra i componenti di questo gruppo ricordiamo A.-L.-C. Destrutt de
Tracy (1754-1836): nominato rappresentante della nobilt agli
Stati generali del 1789, passato quasi subito nelle fila del Terzo
Stato, Destrutt de Tracy fin poi in carcere durante il Terrore e
fu, in seguito, un accanito oppositore di Napoleone. L'ostilit di
quest'ultimo nei confronti degli ideologues costrinse Destrutt de
Tracy a pubblicare negli Stati Uniti, sotto la protezione di Th.
Jefferson, l'importante opera di teoria politica Commento allo
Spirito delle leggi di Montesquieu, che sar edita in Francia
soltanto con la Restaurazione (1819). Da ricordare anche la sua
pi importante opera di filosofia, Elementi d'ideologia in quattro
volumi (1801-1815) (lettura 2).

In confronto polemico con gli ideologues fu F.-P. Maine de Biran
(1766-1824), uomo politico impegnato sia durante la Rivoluzione
che durante l'Impero e attivo ancora ai tempi della Restaurazione.
Particolarmente interessante  la sua critica al sensismo, per la
quale egli  stato considerato un punto di collegamento fra la
tradizione spiritualista francese del Seicento (in particolare
Montaigne e Pascal) e quella del Novecento, che ha avuto il
massimo esponente in Bergson.
Maine de Biran era addirittura stupito dal fatto che Condillac non
si fosse neppure accorto che la conoscenza necessita di due
elementi, fra di loro separati, ma entrambi indispensabili: la
sensazione e la coscienza o, come egli si esprime, il sentire e
il sentire di sentire. Secondo Maine de Biran, Condillac non
aveva prestato sufficiente attenzione al fatto che esiste un
soggetto conoscente, un io che si mantiene costante nel tempo come
coscienza di s, senza il quale la conoscenza stessa non sarebbe
possibile. Posta la centralit della coscienza, il filosofo
francese si ispira a Leibniz e sviluppa un'analisi dell'io come
elemento attivo, centro di forza, di libert. Egli osserva infine
che, pur essendo vittima molto spesso dell'abitudine che la rende
passiva, la coscienza  capace anche di sforzi generosi, di
attivit, di creativit (lettura 3).

Importanti sono gli esponenti di quella corrente di pensiero che
da una parte non era affatto disposta a un ritorno al passato e
dall'altra voleva evitare ad ogni costo gli eccessi della
rivoluzione: i liberali, in particolare B. Constant e A. de
Tocqueville. Rifacendosi a Montesquieu e all'esperienza inglese,
cercando una via di mezzo fra l'Ancien Rgime e il giacobinismo,
essi individuarono una serie di valori che la rivoluzione aveva
promosso e che consideravano ormai irrinunciabili, fra cui lo
stato di diritto, l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti
alla legge e la concezione dei diritti politici a fasce sempre pi
ampie della popolazione fino al suffragio universale. I liberali
per lungo tempo sono stati considerati i teorici della classe
borghese e oggi, dopo la caduta del muro di Berlino, godono di
grande prestigio.
B. Constant (1767-1830) insisteva soprattutto sulla necessit che
il potere si fondasse sulla rappresentanza e sulla delega e non,
come nel periodo giacobino, sulla gestione diretta da parte del
popolo, perch questa favorisce l'arbitrio (lettura 14).
A. de Tocqueville (1805-1859) ebbe il merito di confrontarsi a
fondo con le critiche che i reazionari avevano fatto al principio
dell'uguaglianza e del potere del popolo. Egli aveva capito che
eliminare le differenze fra governanti e governati  un ideale
attraente, ma che in pratica porta al blocco delle decisioni
mentre nell'attivit politica il momento decisionale  necessario.
Il blocco delle decisioni a sua volta favorisce la corruzione. La
democrazia diretta non tiene sufficientemente conto degli
insegnamenti della tradizione politica che nel passato era spesso
stata consapevole delle tentazioni insite nel potere o, come
spesso si dice, del demoniaco nel potere.
Cos quando Tocqueville ebbe l'occasione di visitare l'America
aveva gi acquisito una sufficiente distanza critica nei
confronti del potere democratico, per il quale pur parteggiava,
che gli permise di scrivere un'opera che ancora oggi  considerata
un capolavoro nel suo genere, La democrazia in America (letture 9
e 10). Egli dedic l'ultima parte della vita allo studio della
Rivoluzione francese, rimasto incompiuto (letture 11 e 12). Anche
in questo caso Tocqueville mette in evidenza quel distacco dal
vissuto esistenziale dei rivoluzionari e dei protagonisti
dell'epoca che lo storico F. Furet considera indispensabile a chi
voglia cercare di comprendere veramente quell'evento e il suo
significato.

Su un altro fronte i socialisti erano convinti che la rivoluzione
fosse fallita perch non aveva avuto il tempo (o il coraggio) di
affrontare e risolvere anche la questione sociale. Si doveva
perci promuovere un altro movimento rivoluzionario per conseguire
quella uguaglianza economica davanti alla quale la Rivoluzione
francese si era fermata e quindi l'abolizione della divisione fra
ricchi e poveri e della propriet privata, cio il socialismo. Fra
gli esponenti di queste idee ricordiamo F.-N. Babeuf (lettura 1) e
F. Buonarroti, gi menzionati nell'introduzione a Rousseau
(Quaderno secondo/7, Rousseau e i nemici della propriet privata).
Furono considerati socialisti anche C. Fourier (1772-1837)
(lettura 15) e C.-H. de Saint Simon (1760-1825), entrambi convinti
che la Rivoluzione francese fosse stata un momento critico, di
passaggio, che andava superato per arrivare alla sospirata armonia
sociale (Saint Simon fu il maestro di Comte).

Infine i positivisti, che rappresentano soprattutto una
reinterpretazione dell'illuminismo nell'epoca del romanticismo e
della seconda rivoluzione industriale (positivo  il contrario
di negativo come luce  il contrario di tenebra, ma la
terminologia usata dai positivisti  meno esplicita, meno
significativa). Essi furono i veri interpreti della loro epoca. La
ragione nel Settecento aveva maturato una critica alla societ del
tempo che si era espressa dapprima in una fase riformista (il
Dispotismo illuminato), poi in una fase decisamente
rivoluzionaria; con il positivismo essa riprese la strada del
riformismo. I positivisti tendevano a considerare la rivoluzione
come un episodio tumultuoso e confuso con cui si era chiusa
un'epoca della storia umana (lo stadio metafisico). La nuova, che
stava nascendo, sarebbe stata contraddistinta non dal disordine
rivoluzionario, ma dalla razionalit e dall'ordine. La societ si
sarebbe posta sotto la direzione dei tecnici e degli scienziati e
sotto la loro guida sarebbe stata in grado di raggiungere un tale
progresso da sovvertire le stesse leggi di natura, le quali
prevedono dopo l'infanzia, la giovinezza e l'et adulta anche la
vecchiaia e la morte. Per Auguste Comte (1798-1857) (vedi manuale
pagine 84-92) l'uomo, arrivato all'et adulta (lo stadio
positivo),  destinato a rimanere in una situazione di costante
progresso, senza declino n tramonto. Questo  stato uno dei miti
pi persistenti della modernit (letture 16-24).
Il positivismo dell'Ottocento, ponendosi in sintonia con alcune
tra le aspirazioni pi profonde della classe dominante, la
borghesia, ebbe un tale successo nella cultura europea da
diventare per molti un habitus mentale. Grande diffusione ebbero
le biografie dei pi famosi scienziati e inventori, le quali si
affiancarono e in parte sostituirono le vite dei santi, a cui
vagamente si ispiravano, gi reinterpretate e adattate alle nuove
esigenze dagli illuministi nel secolo precedente (confronta
Quaderno secondo/7, Introduzione a Voltaire e D'Holbach). Le
biografie di scienziati ed inventori, nelle quali veniva
sottolineato quanto bene con le loro scoperte essi avevano portato
all'intera umanit, risultarono un efficace strumento per
influenzare la stessa cultura popolare. Simboli dell'epoca furono
anche i romanzi di G. Verne, in cui positivismo e spirito
romantico venivano a trovarsi in perfetta armonia.
Anche lo spettacolo fu utilizzato come propaganda delle nuove
idee: un caso celebre fu il Ballo Excelsior di Minotti e Marenco
(1881) che raccontava in toni trionfalistici la lotta fra
l'Oscurantismo e il Progresso e si concludeva con il trionfo della
scienza e della tecnica, portatrici di pace e benessere. Esso ebbe
migliaia di repliche in tutta Europa fino allo scoppio della Prima
guerra mondiale. Poi non fu pi rappresentato.
Fra i simboli dell'epoca ricordiamo il Palazzo di Cristallo di
Londra (vedi manuale pagina 219), costruito nel 1851 per le
esposizioni universali del 1851 e 1862, che suscit grande
impressione perch era di vetro, smontabile e rimontabile  (una
novit assoluta); poi la Tour Eiffel di Parigi, un monumento
apparentemente inutile nell'epoca dell'utilitarismo, ma che
giustificava la sua realizzazione con la molteplicit di
significati simbolici ad esso collegati; il ponte di Brooklyn, che
fu costruito con sei corsie per le carrozze e un piano
sopraelevato per i pedoni; infine le monumentali stazioni
ferroviarie delle grandi citt, i trafori per il passaggio della
ferrovia, l'apertura dei canali di Suez, Corinto e Panama. Essi
rimangono a ricordo di un secolo dominato dal pensiero positivista
e da quella classe borghese cos ben descritta da Marx nel
Manifesto.
